Prime e brevi riflessioni sul D.Lgs. 175 (TUSP), a due anni dalla sua approvazione

di Stefano Pozzoli
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È bene premettere che l’idea di redigere un testo unico per le società partecipate è stata, ed è, largamente condivisibile e di grande portata simbolica: in un contesto di norme che sono cresciute per stratificazione e spesso si sono rivelare contraddittorie era chiaro che un riordino fosse quanto mai necessario.

Di più un “testo unico” è destinato a durare, e costituisce quindi un orizzonte di medio lungo termine, e rende i suoi utilizzatori confidenti in un periodo di stabilità, che è quanto mai necessario per definire le proprie strategie.

Proprio per questo, però, ci saremmo attesi dal TUSP anche un’anima “industriale”, ovvero una idea di cosa si vuole di e da queste imprese nella prospettiva di almeno un decennio, così da indirizzarne i processi, e non affidarsi esclusivamente a meccanismi repressivi o di mercato.

Uno o più slogan (celebre è il twitt di Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio #municipalizzate: ‘sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000’ , dell’aprile 2014, che avviò il percorso di riforma della PA), non sono certo sufficienti a raffigurare il quadro del nostro futuro, e non lo è neppure l’art. 4, Finalità perseguibili mediante l’acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche, ovvero l’articolo che vorrebbe circoscrivere il campo di azione dello “Stato Imprenditore” nelle sue varie declinazioni (dal Governo fino a Comuni), ma lo fa a maglie talmente larghe, e con così tante deroghe particolari (dall’Allegato A, alla facoltà data alle Regioni, fino alle aziende agricole detenute da Atenei Universitari) che stride non solo con il twitt di Renzi ma anche con le ragionevoli attese di chiunque riconosca che le 10 mila aziende individuate dal MEF rappresentano un evitabile eccesso.

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