Hanno però favorito, in fasi diverse, tariffe, concorrenza e modelli aziendali. A frenare questa traiettoria sono intervenuti la tutela ambientale, il diritto di accesso e la mobilitazione sociale.
L’acqua del rubinetto non attraversa le frontiere come l’elettricità, il gas o le merci.
Le reti sono locali e, nella maggior parte dei Paesi europei, la responsabilità del servizio ricade sui comuni o su altri enti pubblici.
Eppure, dagli anni Ottanta, sono diventati internazionali capitali, tecnologie, grandi operatori e modelli di regolazione.
È su questa apparente contraddizione che si sofferma il capitolo «EU Governance of Water Services and Its Discontents», di Roland Erne, Sabina Stan, Darragh Golden, Imre Szabó e Vincenzo Maccarrone, pubblicato in Politicising Commodification: European Governance and Labour Politics from the Financial Crisis to the Covid Emergency (Cambridge University Press, 2024, pp. 204-230).
È a questo studio che mi riferisco e da cui traggo spunto per le considerazioni che seguono.
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Acqua tra regole europee ed ideologia
Le norme europee non hanno imposto una privatizzazione generalizzata del servizio idrico
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